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Sinossi Il Corpo e il Senso (Dopo La Psicosomatica) [1]
Perché il problema mente corpo, il famoso Mind Body problem, detto MBP, accompagna l’intero cammino del pensiero d’Occidente?
Perché è un tema sterminato che inizia dal rapporto dell’anima col corpo, un nodo cruciale che rimanda a una serie infinita di interrogativi di fondamentale importanza situati ben al di là della relazione mente corpo.
Inoltre, la questione di fondo del problema nessuno l’ha mai risolta.
Ci hanno provato in molti.
Gli avvenimenti mentali, ipotizza qualcuno, possono essere solo qualcosa che avviene dentro di noi, nel nostro corpo, o per lo meno in stretta connessione con gli avvenimenti corporei.
Mentre qualcun altro sostiene che corpo e mente sarebbero identici, avrebbero la stessa sostanza, solo l’apparenza sarebbe diversa. Oppure, al contrario, i due processi, gli organici e i mentali, sarebbero totalmente differenti, anche se avvengono tutto il tempo insieme.
Ci confrontiamo con un mare di ipotesi che si rincorrono senza permetterci di arrivare mai a una soluzione.
Consideriamo l’ipotesi mainstream oggi, il cosiddetto monismo ontologico con dualismo conoscitivo: i fenomeni corporei e mentali sarebbero distinti solo da un punto di vista concettuale, nel pensiero e nella parola, perché li troviamo sempre assieme nella realtà esistente, proprio come se facessero parte di un’antica unità (l’unità corpo-mente, con il trattino).
A pensarci bene, cos’è quest’unità? Dov’è mai questo presunto oggetto unico che il pensiero occidentale avrebbe diviso in due? Cosa significa? Si fa presto a rispondere che è qualcosa di impensabile.
Inoltre, supposto che riuscissimo a trovare sul serio la reale corrispondenza tra fenomeni mentali e corporei, di quale corrispondenza si tratta? Perché sappiamo bene che la relazione tra uno stato fisico e uno stato psichico non né costante, né semplice.
Docente e direttore di ricerca presso il Derner Institute della Adelphi University di New York, Bucci è una psicoanalista che ha fatto un ricchissimo percorso di ricerca per allargare gli orizzonti della psicoanalisi freudiana verso i contenuti delle neuroscienze, da un lato, e delle scienze cognitive, dall’altro (1997, Psicoanalisi e scienza cognitiva, Roma: Giovanni Fioriti, 1999)
Il suo modello, che si chiama ‘teoria del codice multiplo’, se da una parte appare come una sorta di approfondimento della differenziazione freudiana del processo primario e secondario, dall'altra, se ne distanzia profondamente. Bucci sostiene che I concetti di processi primario e secondario, pur essendo importanti perché hanno gettato le fondamenta su cui costruire un modello psicologico sistematico del pensiero, richiedono (come tutto Freud) una coerente ridefinizione nel contesto della ricerca attuale. Secondo la prospettiva delle scienze cognitive, possiamo superare ogni dualismo, per approdare a molteplici modalità di elaborazione. Per dare conto delle osservazioni compiute nel setting clinico, oltre che di tutti gli aspetti dell’elaborazione delle informazioni, compresa l’elaborazione delle informazioni emozionali nell’intero arco della vita, ecco la teoria dei ‘codici multipli’, che sono tre modalità fondamentali, tre sistemi con cui gli esseri umani elaborano le informazioni, comprese le emotive, e formano rappresentazioni interne: il modo sub simbolico non verbale, il modo simbolico non verbale e il modo simbolico verbale.
L’elaborazione sub simbolica riguarda tutti quegli stimoli -dai sentimenti alle informazioni motorie e sensoriali- non verbali, che vengono processati ‘in parallelo’: per esempio, quando capiamo le emozioni nell’espressione sulla faccia altrui, o componiamo un brano musicale, o riconosciamo una voce familiare nella confusione di un meeting, o arriviamo di testa su un cross al momento giusto e all’altezza giusta, o intuiamo il timing dell’interpretazione da fare in una psicoterapia. L’elaborazione simbolica non verbale riguarda invece quelle immagini mentali (un volto, una musica, un’espressione o, come cantavano i Beatles, something in the way she moves attracts me like no other woman...) che, pur presenti alla coscienza, non possono essere tradotte in parole.
La modalità simbolica verbale, infine, riguarda il raffinato strumento mentale mediante il quale l’individuo comunica il proprio mondo interno agli altri. È attraverso quest’ultima modalità che conoscenza e cultura vengono trasmesse da un individuo all'altro e da una generazione all’altra.
I tre sistemi sono governati da principi differenti ma sono anche interconnessi. Dalla ricchezza della loro interconnessione dipende il nostro stato di salute. Bucci definisce ‘processo referenziale’ questa complessa connessione che va in senso bidirezionale, dalle emozioni alle parole e viceversa, e ha elaborato strumenti di assessment dell’attività referenziale.
Mi pare che il modello del ‘codice multiplo’, pur affrontando meglio di altri il MBP, (in effetti, grazie ai sistemi simbolici e subsimbolici, non si parla più di mente e corpo), in realtà continui a occuparsi del problema nei soliti termini assolutamente dualistici. Poiché, per quanto si tratti di un modello suggestivo, non penso si possa proprio risolvere così in termini esaustivi il salto tra simbolico e sub simbolico. Il salto è l’effetto collaterale dei nostri modi di scrivere l’esperienza, non qualcosa che esiste di per sé.
Eppure continuiamo a porre il problema allo stesso modo, chiedendoci se mente e corpo sono entità un tempo unite in un oggetto unico, che il pensiero d’Occidente ha diviso (e perciò vanno riunite), oppure se si tratta di entità divise da mantenere divise.
Ci chiediamo se queste entità comunicano o non comunicano (quante volte si sente dire che mente e corpo si influenzano, si parlano!). Oggi sono in molti a rispondere: certo che comunicano, attraverso gli ormoni!
Lo ha dimostrato il premio Nobel in Medicina, Kandel: l’ambiente, le relazioni, le parole influenzano in senso trofico le congiunzioni (sinapsi) tra cellule nervose.
Kandel, neuroscienziato Nobel della medicina nel 2000, in effetti ha meravigliosamente dimostrato che le esperienze diventano (anche) strutture biologiche. E così avrebbe colmato il gap mente (ambiente) corpo. L’attivazione continua di cellule a livello di certe giunzioni neuronali infatti innesca meccanismi genetici cellulari che promuovono la crescita di ulteriori sinapsi in corrispondenza delle stesse giunzioni. Vale a dire che le cellule nervose crescono e si connettono tra loro grazie a sinapsi costantemente attivate da input ambientali. E il grado e la piacevolezza dell’attività hanno effetto trofico di per se stessi.
Ė in tal modo che la parola può promuovere un’espressione proteica dei geni, i quali, influenzando i canali ionici presinaptici, modificano la funzionalità delle aree nervose interessate, il numero e la potenza delle sinapsi. La parola, attraverso le emozioni che evoca, modifica grazie alla plasticità sinaptica la struttura e le funzioni delle aree nervose interessate. E, quando un’area corporea si modifica, l’intero corpo si modifica.
Dunque, se rimaniamo a livello biologico, possiamo dire che la parola e gli affetti veicolati influenzano il corpo, proprio come fanno, più velocemente, ma meno durevolmente, certi farmaci.
Tutto vero, finché restiamo nel campo dell’irrisolvibile dualismo/monismo, nel causalismo, insomma in una certa logica. Ma, quando entriamo in una logica diversa, nascono alcune osservazioni.
Personalmente sono lontana da chi ragiona in questo modo, ovvero affermando che il salto mente corpo è ormai risolto proprio da certe branche della medicina, come la psiconeuroimmmunoendocrinologia, la scienza che avrebbe appunto colmato il gap con la dimostrazione che la psiche, l’ambiente, e i sistemi biologici/il corpo, si influenzano nei due sensi, così come mi sento ben lontana da quel riduzionismo radicale o eliminativo con cui la medicina sostiene che la mente è il cervello, mentre la psicoanalisi sostiene che agli studiosi della mente non interessa il cervello.
Perché?
Per rispondere, provo a uscire dal perimetro concettuale del dualismo/monismo.
E dall’idea che mente e corpo siano due cose realmente esistenti nel mondo.
Partiamo dalla ‘parola’, intesa come qualcosa di ‘astratto’ che influenza il ‘concreto’, le giunzioni delle cellule nervose.
Perché mai la parola dovrebbe essere qualcosa di astratto?
Pensare che la parola non sia un atto del corpo è un pensiero sbagliato, un’astrazione che prescinde del tutto dal suo evento, e cede alla superstizione del significato, dimenticando invece che la parola nasce, si inscrive e procede dal corpo al corpo, dai corpi ai corpi.
Per dirlo con Didier Anzieu (e con i poeti, per esempio il Rimbaud di Voyelles), la parola ha qualità materiche e sensibili. La parola in quanto suono è il primo involucro della mente, fin da certe fasi della gestazione del feto. E, come diverse ricerche ormai confermano, secondo una lettura singolare, soggettiva (non rimanendo quindi a livello biologico), gli esiti delle talking cure hanno effetti più ricchi e duraturi dei soli farmaci psicotropi. Addirittura, a volte, hanno effetti più immediati e stupefacenti: quanti di noi hanno fatto esperienza, come analisti e come pazienti, di incontri terapeutici quasi magici, allorché, arrivati in seduta con angoscia e crampi allo stomaco, ne siamo usciti senza più dolori né ansia.
Questo succede poiché le parole modificano ciò che chiamiamo fisiologia corporea e lo fanno non perché sono magiche, ma per due fondamentali ragioni. Perché sono, come abbiamo detto, eventi carnali tanto quanto un’azione del braccio o un’impressione sensoriale (sia acustica, sia motoria, sia fonatoria, sia interna, -quando proferiamo parola, emettiamo un suono -, sia esterna -quando ascoltiamo, fosse anche la nostra stessa parola, come soggetti al nostro dire-). Dunque, non si vede perché le parole non dovrebbero avere una operatività che siamo abituati a definire concreta, somatica.
La seconda fondamentale ragione è che non si vede perché le parole non dovrebbero essere terapeutiche, ossia non avere a che fare con la verità della nostra sofferenza.
Tutto questo ci dice che questa verità, lungi dallo stare nel mondo ideale dello spirito, è già disposta, allocata, ha la forma e la natura della nostra presenza carnale al mondo, ben prima e ben più profondamente di qualunque sciocchezza che possiamo raccontare a noi stessi.
Seguendo il ragionamento del filosofo Carlo Sini e di un suo allievo, il filosofo e psicoanalista Andrea Bocchiola, ci rendiamo conto che noi non cerchiamo mai di capire nell’unico modo sensato (studiando cioè la sua genesi) il fatto che nel mondo vi siano corpi e menti e che essi abbiano una certa forma e non un’altra. Non indaghiamo mai se, dietro le parole ‘corpo’ e ‘mente’, vi siano realmente ‘cose’ dotate di una esistenza indipendente dall’orizzonte di senso che le designa. Viceversa, senza riflettere, aderiamo alle neuroscienze, o alle psicologie, e/o alla psicoanalisi, che lo danno per scontato. Pensiamo a come la ripartizione stessa di queste discipline restituisca una precisa partizione antropologica nella quale i corpi sono assegnati alle neuroscienze, (alla medicina), le menti alle psicologie e lo psicosoma alla psicoanalisi.
Lontano dall’idea di poter scoprire una ‘realtà in sé’, esistente per davvero nel mondo, per andare invece a comprendere la genealogia dei nostri modi di tradurre l’esperienza nelle parole del senso comune e nelle teorie scientifiche, penso che la realtà sia qualcosa che scaturisce unicamente dall’incontro con noi, con i nostri strumenti, i nostri modelli teorici, la lingua specifica che stiamo usando. Cioè, con le nostre pratiche, che sono modi di tradurre l’esperienza. Fuori da quell'incontro, non c'è nulla.
Sorge allora una prima domanda (fondamentale): com’è che in Occidente nasce questo nostro pensiero dal potere dividente e perché questo pensiero pone come suo limite la mente e il corpo da riunire (se siamo monisti) in un oggetto unico (impensabile) che si crede esistere per davvero, una sorta di unità indivisibile?
E una seconda domanda: siamo sicuri di poter risolvere il problema mente corpo rimanendo all’interno della logica del pensiero dividente e della realtà concepita appunto come unità indivisibile ontologicamente esistente?
A questo punto alcuni scalpiteranno: questa è filosofia!
Si, è filosofia. Cioè, pensiero.
Quando pensiamo, ci accorgiamo che la mente e il corpo smettono di essere ‘entità’ totalmente distinte, che vanno mantenute distinte, oppure (tendenza più in voga oggi), che devono essere riunite in un ipotetico, assurdo, impensabile, indivisibile, oggetto unico. Mente e corpo diventano ‘cose’ strettamente contenute nelle parole che usiamo e coesistenti a tal punto da sembrare, entrambi, superfici che si arrotolano e si srotolano scivolando l’una nell’altra senza soluzione di continuità. Mentre le guardiamo scomparire da un lato, le vediamo riapparire dall’altro. Quando le osserviamo così, è quasi impossibile distinguerle: cessano di essere cose ontologicamente esistenti, che, secondo le mode, vengono definite come due facce di una stessa medaglia, o altro, per diventare movimenti, traiettorie, che finiscono l’una nell’altra, continuamente. Non possiamo pensare più che mente e corpo siano divisi e vadano riuniti cercando le correlazioni tra l’uno e l’altro, né possiamo pensare che, se ci mettiamo a ragionare in termini di sistemi (mentali e corporei), il problema viene risolto. Quando smettiamo di cercare correlazioni tra due enti e capiamo che la mente rimanda continuamente al corpo e viceversa e i due ‘esistono’ per differenza l’uno dell’altra, capiamo anche di cosa si tratta: sono proprio le traduzioni (linguistiche) dell’esperienza che stiamo vivendo a creare i due. I due sono solo pratiche di scrittura; modi di scrivere un’esperienza che riguarda il vivente, l’uomo; modi di contattare questo dato, l’uomo, da parte dell’uomo, e modi di provare a svolgerlo, a spiegarlo, attraverso un dispositivo alfabetico e specifici tipi di strumentazione.
Una certa cultura e un certo linguaggio portano a credere che sia reale solo ciò che in qualche modo cade sotto i cinque sensi e inducono ad allucinare una sorta di scissione profonda tra il cosiddetto mondo materiale e il mondo astratto. Pensiamo alle malattie. Sono fisiche se si possono vedere in qualche modo e misurare, psichiche se sono invisibili. Ma anche questa è una bolla di sapone, una trappola. La presenza o l’assenza di ‘materia’ dipende dal ‘livello’ al quale una ‘struttura’, un ‘sistema’ vengono osservati e dagli strumenti con cui li si osservano. Si tratta cioè sempre di una lettura. Oggi, per esempio, possiamo dire che una certa parte dello spettro autistico è legata a qualcosa di fisico, di neurotrasmettitoriale, perché ci siamo dotati di capacità molto sofisticate di lettura del cosiddetto mondo dei neurotrasmettitori, che prima non avevamo.
Non è mai una questione tutto-o-niente, fisico o psichico, concreto o astratto!
È semplicemente una questione che possiamo definire, in un rimando continuo, psichica e fisica, e viceversa, fisica e psichica; micro e macro, e viceversa, macro e micro. Dipende solo dal vertice di osservazione, o, meglio, dal momento di scorrimento del nastro di Möbius in cui ci situiamo. Lo vediamo bene nel libro (e nella collana di libri) Il Corpo e il Senso (Dopo la Psicosomatica).
Ha ragione il matematico Hofstadter quando scrive che noi tracciamo confini concettuali attorno alle entità che percepiamo con maggior facilità, e nel far questo ci ritagliamo su misura quella che ci sembra essere la realtà. Siamo piccoli miracoli di autoreferenza, crediamo in cose che si disintegrano appena ci mettiamo a cercarle, ma, quando non le cerchiamo, sono assolutamente reali

Siccome siamo abituati a pensare secondo vecchi e meno vecchi, ma pur sempre tradizionali, registri, per esempio, secondo un dualismo conoscitivo che insegue un monismo ontologico, continuiamo a credere in cose come la mente e il corpo, esistenti in assoluto, divisi, che vanno ricongiunti.
Il nostro pensiero non riesce facilmente a cambiare, non riflette abbastanza a fondo sul fatto che mente e corpo, interno e esterno, non sono due ‘cose’ in sé reali, già costituite, che dopo la presunta separazione, vanno riunite e d’altra parte, comunque si ovvi alla divisione, alla loro realtà indivisibile non si arriva mai.
In letteratura, troviamo spesso una confusione: da una parte si distingue, basando la psiche sul corpo e viceversa, secondo un percorso lineare, poi, si cerca di ovviare alla distinzione concependo psiche e corpo all’interno della cosiddetta complessità (Intesa come ridda di direzioni caotiche e di causalità multiple anche retroattive) infine si cerca di riunirli in una cosa unica, esistente in realtà. Con questi presupposti, sembra che il nostro pensiero continui a sbattere tra mai finiti dualismi, che rimandano a mai finiti monismi, e viceversa, come in una sala di pareti a specchio.
Freud stesso ha posto il problema in modo che oso definire un po’ ingenuo, aproblematico. Se ci pensiamo bene, non c’è nessun interno, infatti, prima che l’organismo si sia costituito come soglia senziente (la famosa soglia PC -percezione/coscienza-). ‘Mondo fisico esterno’ e ‘apparato psichico’ (interno) sono nozioni, prodotti, o formazioni, psichici, nel senso di oggetti che non esistono per davvero, o meglio esistono solo connessi al linguaggio e al concetto.
Quindi bisognerebbe porre il problema in altro modo: da dove si parte per spiegare l’apparato psichico (l’interno)?
Si potrebbe subito obiettare, dice Carlo Sini, che sono solo i matti che confondono le cose con le parole.
Si potrebbe obiettare che tutti sanno che il linguaggio allude alla realtà!
Detta così, questa obiezione non è vera e nasce dalla solita, continua confusione: noi confondiamo tra sapere che, parlando, alludiamo alla realtà (esistente per davvero fuori di noi), e sapere che cosa sia ciò che la parola nomina come ‘realtà’, ovvero come ciò che è altro dalla parola, compresa la parola ‘realtà’.
Quando iniziamo a riflettere sul fatto che il linguaggio psicoanalitico è solo una traduzione e un’interpretazione e quindi non è che esistano per davvero cose in sé come la libido, il sogno, le auto rappresentazioni oniriche, allora continuare a credere che il linguaggio alluda alla realtà, comincia ad apparire fortemente pre logico, o comunque molto ingenuo.
D’altra parte anche le scienze esatte (come erano definite un tempo) sono linguaggi immaginifici. Prendiamo la medicina: parla di eventi (dice l’esperienza eveniente) dentro la sua pratica di parola, cioè misura, costruisce, traduce nei suoi segni, per esempio i segni dell’elettroencefalogramma, l’elettrocardiogramma, le RX, le TAC, le Risonanze Magnetiche.
Pensiamo ai cambiamenti fisici del sonno paradossale o sonno REM. Per esempio, alla forte caduta di tono muscolare per cui, quando stiamo sognando, non possiamo fuggire, perché diventiamo motoriamente impotenti. Non siamo in grado di alzarci dal letto e andarcene, a meno di non essere sonnambuli.
Proviamo adesso a mettere insieme il dato dell’ipotonia muscolare improvvisa (la caduta di tono) e quei piccoli, ricorrenti sogni d’angoscia che tutti facciamo e in cui ci sentiamo cadere giù (come se scivolassimo stranamente giù) da un gradino improvviso. E ci sembra di farlo proprio, quel salto, o addirittura ci vediamo e sentiamo cadere nel vuoto di un precipizio.
A questo punto non possiamo più separare il fatto letto dalla medicina e tradizionalmente definito fisico - la caduta di tono muscolare, con le sue ripercussioni a livello sensoriale, che vengono tradotte in proto immagini-, cioè il dato universale, dal dato singolare, cioè il contenuto specifico di quelle angosce oniriche, lette per esempio dalla psicoanalisi.
Mi sembra che interpretare transferalmente durante un trattamento psicoanalitico il vissuto di caduta-perdita presente nel contenuto onirico del sogno d’angoscia, senza tener conto dei dati ‘biologici’ (l’universale caduta di tono muscolare), sia un’azione per così dire monca e non corretta.
Immaginiamo allora di mettere insieme i due dati.
Come?
Immaginiamo che le impressioni sensoriali connesse alla caduta del tono muscolare scorrano in un continuum - perciò non si possono staccare - assieme alle immagini oniriche di caduta-salto, con i loro vissuti emotivo-affettivi, diversi in ogni sogno e in ogni sognatore.
Oppure, immaginiamo le immagini ‘mentali’ e i loro vissuti affettivi come un ‘internarsi’ dei dati ‘corporei’ (le impressioni sensoriali), e i dati corporei come un ‘esternarsi’ dei ‘mentali’. Proviamo adesso a seguirli così, questi dati, a pensarli proprio nella loro reciprocità e specularità continue, come su un nastro di Möbius: le sensazioni legate alla caduta del tono muscolare, internandosi, si trasformano negli affetti e nelle immagini di caduta/perdita, i quali, esternandosi, si trasformano nuovamente nelle sensazioni 'fisiche'.
Come su un nastro che scorrendo si arrotola per poi srotolarsi e riarrotolarsi, continuamente.
Che senso può avere continuare a sostenere che una patologia si nutre di cause solo genetiche (interne), oppure solo ambientali (esterne)?
Inoltre: esistono davvero ‘le cause’ così come le abbiamo sempre intese?
Porto l’esempio di una patologia molto diffusa come la depressione, una malattia nella tradizione psicoanalitica assolutamente ‘mentale’, sulla quale gli studiosi di varie discipline si interrogano da sempre. Un libro, “La malattia inglese” (Simonazzi 2004, Roma: Il Mulino) racconta come un problema allora apparentemente solo medico -la melanconia- sia stato uno dei disturbi più diffusi nelle isole britanniche tra Cinque e Settecento e abbia sollevato un dibattito tale da coinvolgere non solo medici, ma anche teologi, letterati, filosofi e moralisti. Esso discute inoltre lo statuto scientifico della medicina e i suoi rapporti con la religione e la magia, la relazione tra anima e corpo, la funzione delle passioni, la possibilità di controllarle con la ragione, il rapporto tra processo di civilizzazione e malattie.
Proviamo adesso a immaginare cosa avviene nel corpo letto dalla medicina, quando si è depressi.
Avviene un’alterazione costante di certi neuro-peptidi, insieme ai cosiddetti dolori somatoformi, che sono dolori organici chiamati ‘funzionali’.
Siamo così rimandati a un essere insieme dello stato dell’umore depresso e dei dolori funzionali con l’alterato metabolismo di quei neuropeptidi.
La grande domanda: a cosa serve saperlo?
Serve agli psicoanalisti ad andare verso un ‘fuori senso’, perché il discorso ‘alterazione neuropeptidica', in un primo momento non dice niente, è spaesante, non fa parte del
“Jargon”, per cui per provare a espandere il sentire ‘con’, per provare a espandere il capire ‘con’, esercitarsi a questo nuovo discorso, a questo raddoppio linguistico aiuta a spingersi a identificazioni 'al limite' con quel corpo malato. Riunire due lingue serve a immaginare che i dolori ‘organici’ di cui il malato continua a lamentarsi corrono talmente intrecciati, in una reversibilità continua, con un’alterazione di molecole neuropeptidiche e di circuiti elettrici, che finisce per diventare spontaneo sporgersi di continuo e simultaneamente, almeno nel proprio muto avvertire, sulla carnalità del senso e sulla significatività del corpo.
Dove vi è un fenomeno da interpretare in base ai transfert e alla storia del paziente, vi è anche, insieme, inscindibilmente, una metamorfosi del corpo, che è quella stessa storia.
Aver presente tutto questo significa essere analisti bilingui.
Naturalmente servirebbe molto anche ai medici lavorare (per lo meno) fianco a fianco con gli psicologi!
Con questa attitudine mentale chi si occupa di psiche, si sviluppa curiosità verso il fatto che depressione vuol dire al contempo un’attività del sistema simpatico aumentata rispetto alla calmante, del parasimpatico e, quindi, una riduzione del tempo tra un battito cardiaco e l’altro, una riduzione della variabilità della frequenza cardiaca, con la conseguenza che il cuore può ammalarsi. Inoltre, vuol dire rilascio di sostanze infiammatorie, le citochine e la proteina C reattiva, il principale indice ematico infiammatorio; vuol dire aumento della coagulazione del sangue, con il rischio di trombosi; vuol dire alterazione del circuito della serotonina, molecola poliedrica cruciale per molte funzioni del corpo, con conseguente lesione delle pareti dei vasi sanguigni, soprattutto le coronarie.
È tutto un teatro della corporeità, una metaforica della cosa estesa che permette anche di sognare il paziente in altro modo.
Chiamare l’Inconscio -l’Esistente- non vuol dire recuperare il suo statuto d’essere, così inconsistente, così evanescente sul piano ontico, ma vuol dire recuperarlo sul piano etico.
Freud di lui dice: Comunque sia, bisogna andarci.
In effetti, da qualche parte, o, meglio, in uno spazio altro, né psichico, né organico, l’inconscio riappare sempre, non lo si può eludere. Non è un ordine, non ha nulla dell’ordine simbolico, possiamo definirlo il luogo del continuo mutamento, l’infinito, inteso come limite, della cui storia in psicoanalisi provo a dire qui di seguito.
È Bion il grande psicoanalista che a un certo punto della vita cerca di operare il cambiamento, rompendo con l’idea che l’Inconscio (i suoi derivati) sia riducibile a un sapere e introducendo il dubbio assoluto, il segno ‘O’: “[...] I fatti “in sé” [absolute] della seduta. Quali siano i fatti “in sè’’ [absolute] non si potrà mai sapere quindi li individuo con il segno O”.
È il cileno Matte Blanco a individuare nell’infinito, connesso all’inconscio, il cuore stesso della psicoanalisi: la dialettica freudiana tra inconscio e coscienza si trasforma in dialettica tra l’infinità dell’inconscio e i limiti finiti della coscienza umana. L’inconscio concepito così comporta il superamento di un solo ‘infinito’ e introduce l’idea di infiniti di ordine diverso. L’inconscio strutturale è un modo di essere fondamentalmente simmetrico (tutto è equiparato a tutto il resto, non vi sono contraddizioni): "è emozione e si esprime come intensità, che tende verso valori infiniti, anche quando in superficie sembra “addomesticata”.
È soprattutto Lacan, a un certo punto, nei suoi ultimi seminari, a cambiare del tutto il paradigma: l’inconscio non funziona più come un linguaggio, ma è ciò che non funziona proprio, ciò che non è riducibile ad alcun sapere.
Alla ribalta non è più il simbolico, ma il Reale, l’impossibile a cui non si può arrivare mai: esso dà tracce, tuttavia tracce che “Non solo si cancellano da sole, ma che ogni uso del discorso tende a cancellare, il discorso analitico al pari degli altri”
Lacan appunto sottolinea con forza che il suo Reale non ha nulla a che vedere con il corpo biologico, reale, concreto, per così dire, e con ciò che della realtà serve a fondare la scienza. Ritorno a un suo pensiero: “Chi sa ciò che avviene nel proprio corpo? È qualcosa di straordinariamente suggestivo. Per alcuni è perfino il senso che danno all’inconscio...”
“L’Inconscio è i processi somatici” dice Freud nel Compendio. Intendendo con ‘processi somatici’ ciò che non è scritto né scrivibile da alcuna scienza, l’oggetto universale e singolare, l’irrapresentabile, il vuoto costitutivo senza il quale non vi sarebbe pensiero. Pensiamo proprio perché esiste l’impensabile (il vero Inconscio), ciò che non può mai essere tradotto in rappresentazione. A una fine, a una verità (ultima), non arriveremo mai.
L’Inconscio non è l’Inconsapevole delle neuroscienze!
Salviamo le specificità delle singole lingue, pur imparando a intrecciarle, come vediamo nei casi clinici del libro.
Che senso può assumere a questo punto il termine psicosomatica, con tutto il suo vastissimo mondo di ricerche, formulazioni teoriche e applicazioni cliniche (che vanno comunque conosciute a fondo!), dal momento che questo termine e questo mondo sono nati e cresciuti all’interno del mind body problem e del suo perimetro concettuale?
Se il problema non è più quello di risolvere il gap tra mente e corpo, ha senso parlare ancora di psicosomatica?
Si diceva che quando usciamo dal pensiero comune, che crede all’interno (psiche) e all’esterno (corpo) come ‘cose’ già costituite, e entriamo nella logica chiasmatica, capiamo che i differiti (appunto, l’esterno e l’interno) non sono affatto cose, ma emergono dal linguaggio o meglio dalla soglia del linguaggio, dalla sua fenditura. Quindi, essi si scandiscono a partire dalla loro reciprocità e alternanza, spartendosi il dentro e il fuori, l’interno e l’esterno, nel senso che l’uno è ovviamente esterno per l’altro e viceversa. Non esiste una provenienza e una destinazione; esiste un’oscillazione, una vibrazione, un varcare, che non accade tra luoghi precostituiti e porta continuamente l’esterno (l’ambiente, il corpo) a internarsi (nella mente) e viceversa. Se pensiamo così, esterno e interno smettono di essere res o substantia, per diventare movimenti immaginati con il nostro discorso.
Ora, alla luce di questo pensiero, che senso possono assumere i dati delle famose ricerche scientifiche a proposito dei cambiamenti strutturali e funzionali indotti dalle relazioni (l’ambiente, l’esterno) sul sistema nervoso in particolare e più in generale sul sistema neuro-immuno-endocrino e perciò sul corpo intero (l’interno)?
In poche parole, in futuro cosa significherà affermare che l’esterno influenza l’interno?
Si potrebbe obiettare: chi rinuncia all’ideale della conoscenza oggettiva, di cose distinte (interno/esterno; mente/corpo...), in un mondo ‘perfettamente oggettivo’?
Non si tratta di buttare a mare la ricerca scientifica talvolta fatta fin qui, ma di chiedersi: perché nella ricerca contemporanea, nonostante le conclusioni, la figura del ricercatore è stata rimossa? Dobbiamo trovare il modo di reinserire lo scienziato ricercatore nella scienza, il che metterebbe in discussione l’intera prospettiva materialistica, cioè metafisica. Bisognerebbe porre un’enfasi diversa sul soggetto che osserva. Le differenze tra la posizione metafisica e quella epistemologica (che chiamerei volentieri in questo caso epistemontologica, prendendo a prestito la ‘nuova ontologia’ di M.M. Ponty) sono enormi.
Questi anni, per esempio, ci hanno consegnato un fiume di studi sulla natura della coscienza: in nessuno di questi studi si tiene veramente conto di alcuni fattori fondamentali, la vividezza, l’intrinseca presenza del soggetto che percepisce e fa ricerca, le sue teorie, i suoi stati d’animo, le sue inevitabili proiezioni.
Il primo passo dovrebbe essere quello di elaborare pratiche sperimentali esportabili in più contesti (per esempio, le pratiche che ci vengono dalla microfisica?), con la sfida di capire come tali pratiche cambino la natura del dibattito sul metodo scientifico, e apprezzare il loro ruolo per un’eventuale rivoluzione scientifica.
Disponiamo di informazioni per forza di cose sempre incomplete, perché alla verità, alla fine, come abbiamo visto, non possiamo arrivare mai. Alla base di ogni conoscenza esiste l’inconscio, inteso come oggetto infinito, limite, vuoto costitutivo, senza il quale non potremmo pensare, e quindi non potremmo fare ricerca.
Disponiamo di strumenti sempre nuovi, che ci permettono di percepire immagini nuove e di costruire via via modelli teorici nuovi. Siamo tutto il tempo alle prese con la comprensione delle ‘cose’. Basta pensare a quanti statuti dell'Inconscio sono stati costruiti nel tempo.
Si è cercato di mostrare come, per interpretare le ‘cose’, dobbiamo ogni volta ripartire dall’inizio, ripercorrere tutta la storia, in uno sforzo che prima di tutto è genealogico.
Inoltre, dobbiamo metterci a pensare nei termini non abituali di ‘cose’ impossibili da vedere, che si chiamano interconnessioni, flussi, dinamiche, trasformazioni, movimento.
Quando facciamo questo sforzo, la comprensione delle situazioni cambia.
Cambia per esempio la comprensione dell’essere ‘dentro’ (all'interno) e dell’essere fuori (all’esterno).
È difficile spiegare a parole che l’interno e l’esterno sono solo situazioni in continuo movimento create dal pensiero e dalla lingua. Ma quando proviamo a documentarlo con le immagini, immaginando appunto di porci su un confine mobile, come il nastro di Möebius, che si arrotola, si srotola e si arrotola di nuovo, in un movimento senza posa, allora il ‘fuori’ e il ‘dentro’, il corpo e la mente, diventano esclusivamente modi di nominare la posizione sempre in bilico in cui ci troviamo nei differenti momenti.
Non possiamo conficcare nessun paletto nel terreno per dire: questo sta dentro, è mentale, e quest’altro sta fuori, è corporeo, e quest’altro ancora è l’ambiente.
Per poi convincerci di aver finalmente costruito un ponte tra i due (o i tre).
Intravediamo l’uscita da questa impasse quando incominciamo a sentire e a pensare nei termini di una nuova architettura dell’essere, soggetta a metamorfosi e reversibilità continue.
Non è consentito di organizzarsi e consolidarsi mai.
Per tornare a Freud, da cui siamo partiti, dobbiamo tenere in mente, sempre, che non esiste alcun interno, prima che l’organismo si sia costituito come soglia senziente (la famosa soglia PC -percezione/coscienza-). ‘Mondo fisico esterno’ e ‘apparato psichico’ (interno) sono quindi nozioni, prodotti, o formazioni ‘psichici’, nel senso di oggetti che non esistono per davvero, o, meglio, esistono solo connessi al linguaggio e al concetto. Soglia è un concetto che allude a qualcosa di mobile, un limite, un supporto elastico, oscillante, che accoglie e cancella...
[1] Il saggio nasce in un lungo lavoro di gruppo al centro milanese di psicoanalisi Cesare Musatti. Si avvale degli apporti di Viviana Maribel Rampon (grafica e scritto sulle ‘cause’), che è anche responsabile di tutto il lavoro organizzativo per internet. L’editing è di Claudio Cassardo; la traduzione in inglese è di Olivia Marchese.