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Si­nos­si Il Corpo e il Senso (Dopo La Psi­co­so­ma­ti­ca) [1]


Perché il pro­ble­ma mente corpo, il fa­mo­so Mind Body pro­blem, detto MBP, ac­com­pa­gna l’in­te­ro cam­mi­no del pen­sie­ro d’Oc­ci­den­te?  

Perché è un tema ster­mi­na­to che ini­zia dal rap­por­to del­l’a­ni­ma col corpo, un nodo cru­cia­le che ri­man­da a una serie in­fi­ni­ta di in­ter­ro­ga­ti­vi di fon­da­men­ta­le im­por­tan­za si­tua­ti ben al di là della re­la­zio­ne mente corpo. 

Inol­tre, la que­stio­ne di fondo del pro­ble­ma nes­su­no l’ha mai ri­sol­ta. 

Ci hanno pro­va­to in molti.  

Gli av­ve­ni­men­ti men­ta­li, ipo­tiz­za qual­cu­no, pos­so­no es­se­re solo qual­co­sa che av­vie­ne den­tro di noi, nel no­stro corpo, o per lo meno in stret­ta con­nes­sio­ne con gli av­ve­ni­men­ti cor­po­rei.  

Men­tre qual­cun altro so­stie­ne che corpo e mente sa­reb­be­ro iden­ti­ci, avreb­be­ro la stes­sa so­stan­za, solo l’ap­pa­ren­za sa­reb­be di­ver­sa. Op­pu­re, al con­tra­rio, i due pro­ces­si, gli or­ga­ni­ci e i men­ta­li, sa­reb­be­ro to­tal­men­te dif­fe­ren­ti, anche se av­ven­go­no tutto il tempo in­sie­me.  

Ci con­fron­tia­mo con un mare di ipo­te­si che si rin­cor­ro­no senza per­met­ter­ci di ar­ri­va­re mai a una so­lu­zio­ne.  

Con­si­de­ria­mo l’i­po­te­si main­stream oggi, il co­sid­det­to mo­ni­smo on­to­lo­gi­co con dua­li­smo co­no­sci­ti­vo: i fe­no­me­ni cor­po­rei e men­ta­li sa­reb­be­ro di­stin­ti solo da un punto di vista con­cet­tua­le, nel pen­sie­ro e nella pa­ro­la, perché li tro­via­mo sem­pre as­sie­me nella realtà esi­sten­te, pro­prio come se fa­ces­se­ro parte di un’an­ti­ca unità (l’u­nità corpo-​mente, con il trat­ti­no).  

A pen­sar­ci bene, cos’è que­st’u­nità? Dov’è mai que­sto pre­sun­to og­get­to unico che il pen­sie­ro oc­ci­den­ta­le avreb­be di­vi­so in due? Cosa si­gni­fi­ca? Si fa pre­sto a ri­spon­de­re che è qual­co­sa di im­pen­sa­bi­le. 

Inol­tre, sup­po­sto che riu­scis­si­mo a tro­va­re sul serio la reale cor­ri­spon­den­za tra fe­no­me­ni men­ta­li e cor­po­rei, di quale cor­ri­spon­den­za si trat­ta? Perché sap­pia­mo bene che la re­la­zio­ne tra uno stato fi­si­co e uno stato psi­chi­co non né co­stan­te, né sem­pli­ce. 

Avreb­be­ro ri­sol­to il pro­ble­ma di fondo del MBP:

Do­cen­te e di­ret­to­re di ri­cer­ca pres­so il Der­ner In­sti­tu­te della Adel­phi Uni­ver­si­ty di New York, Bucci è una psi­coa­na­li­sta che ha fatto un ric­chis­si­mo per­cor­so di ri­cer­ca per al­lar­ga­re gli oriz­zon­ti della psi­coa­na­li­si freu­dia­na verso i con­te­nu­ti delle neu­ro­scien­ze, da un lato, e delle scien­ze co­gni­ti­ve, dal­l’al­tro (1997, Psi­coa­na­li­si e scien­za co­gni­ti­va, Roma: Gio­van­ni Fio­ri­ti, 1999)

Il suo mo­del­lo, che si chia­ma ‘teo­ria del co­di­ce mul­ti­plo’, se da una parte ap­pa­re come una sorta di ap­pro­fon­di­men­to della dif­fe­ren­zia­zio­ne freu­dia­na del pro­ces­so pri­ma­rio e se­con­da­rio, dal­l'al­tra, se ne di­stan­zia pro­fon­da­men­te. Bucci so­stie­ne che I con­cet­ti di pro­ces­si pri­ma­rio e se­con­da­rio, pur es­sen­do im­por­tan­ti perché hanno get­ta­to le fon­da­men­ta su cui co­strui­re un mo­del­lo psi­co­lo­gi­co si­ste­ma­ti­co del pen­sie­ro, ri­chie­do­no (come tutto Freud) una coe­ren­te ri­de­fi­ni­zio­ne nel con­te­sto della ri­cer­ca at­tua­le. Se­con­do la pro­spet­ti­va delle scien­ze co­gni­ti­ve, pos­sia­mo su­pe­ra­re ogni dua­li­smo, per ap­pro­da­re a mol­te­pli­ci mo­da­lità di ela­bo­ra­zio­ne. Per dare conto delle os­ser­va­zio­ni com­piu­te nel set­ting cli­ni­co, oltre che di tutti gli aspet­ti del­l’e­la­bo­ra­zio­ne delle in­for­ma­zio­ni, com­pre­sa l’e­la­bo­ra­zio­ne delle in­for­ma­zio­ni emo­zio­na­li nel­l’in­te­ro arco della vita, ecco la teo­ria dei ‘co­di­ci mul­ti­pli’, che sono tre mo­da­lità fon­da­men­ta­li, tre si­ste­mi con cui gli es­se­ri umani ela­bo­ra­no le in­for­ma­zio­ni, com­pre­se le emo­ti­ve, e for­ma­no rap­pre­sen­ta­zio­ni in­ter­ne: il modo sub sim­bo­li­co non ver­ba­le, il modo sim­bo­li­co non ver­ba­le e il modo sim­bo­li­co ver­ba­le.  

L’e­la­bo­ra­zio­ne sub sim­bo­li­ca ri­guar­da tutti que­gli sti­mo­li -dai sen­ti­men­ti alle in­for­ma­zio­ni mo­to­rie e sensoriali-​ non ver­ba­li, che ven­go­no pro­ces­sa­ti ‘in pa­ral­le­lo’: per esem­pio, quan­do ca­pia­mo le emo­zio­ni nel­l’e­spres­sio­ne sulla fac­cia al­trui, o com­po­nia­mo un brano mu­si­ca­le, o ri­co­no­scia­mo una voce fa­mi­lia­re nella con­fu­sio­ne di un mee­ting, o ar­ri­via­mo di testa su un cross al mo­men­to giu­sto e al­l’al­tez­za giu­sta, o in­tuia­mo il ti­ming del­l’in­ter­pre­ta­zio­ne da fare in una psi­co­te­ra­pia. L’e­la­bo­ra­zio­ne sim­bo­li­ca non ver­ba­le ri­guar­da in­ve­ce quel­le im­ma­gi­ni men­ta­li (un volto, una mu­si­ca, un’e­spres­sio­ne o, come can­ta­va­no i Bea­tles, so­me­thing in the way she moves at­trac­ts me like no other woman...) che, pur pre­sen­ti alla co­scien­za, non pos­so­no es­se­re tra­dot­te in pa­ro­le.  

La mo­da­lità sim­bo­li­ca ver­ba­le, in­fi­ne, ri­guar­da il raf­fi­na­to stru­men­to men­ta­le me­dian­te il quale l’in­di­vi­duo co­mu­ni­ca il pro­prio mondo in­ter­no agli altri. È at­tra­ver­so que­st’ul­ti­ma mo­da­lità che co­no­scen­za e cul­tu­ra ven­go­no tra­smes­se da un in­di­vi­duo al­l'al­tro e da una ge­ne­ra­zio­ne al­l’al­tra.  

I tre si­ste­mi sono go­ver­na­ti da prin­ci­pi dif­fe­ren­ti ma sono anche in­ter­con­nes­si. Dalla ric­chez­za della loro in­ter­con­nes­sio­ne di­pen­de il no­stro stato di sa­lu­te. Bucci de­fi­ni­sce ‘pro­ces­so re­fe­ren­zia­le’ que­sta com­ples­sa con­nes­sio­ne che va in senso bi­di­re­zio­na­le, dalle emo­zio­ni alle pa­ro­le e vi­ce­ver­sa, e ha ela­bo­ra­to stru­men­ti di as­sess­ment del­l’at­ti­vità re­fe­ren­zia­le.

Mi pare che il mo­del­lo del ‘co­di­ce mul­ti­plo’, pur af­fron­tan­do me­glio di altri il MBP, (in ef­fet­ti, gra­zie ai si­ste­mi sim­bo­li­ci e sub­sim­bo­li­ci, non si parla più di mente e corpo), in realtà con­ti­nui a oc­cu­par­si del pro­ble­ma nei so­li­ti ter­mi­ni as­so­lu­ta­men­te dua­li­sti­ci. Poiché, per quan­to si trat­ti di un mo­del­lo sug­ge­sti­vo, non penso si possa pro­prio ri­sol­ve­re così in ter­mi­ni esau­sti­vi il salto tra sim­bo­li­co e sub sim­bo­li­co. Il salto è l’ef­fet­to col­la­te­ra­le dei no­stri modi di scri­ve­re l’e­spe­rien­za, non qual­co­sa che esi­ste di per sé. 

Ep­pu­re con­ti­nuia­mo a porre il pro­ble­ma allo stes­so modo, chie­den­do­ci se mente e corpo sono entità un tempo unite in un og­get­to unico, che il pen­sie­ro d’Oc­ci­den­te ha di­vi­so (e perciò vanno riu­ni­te), op­pu­re se si trat­ta di entità di­vi­se da man­te­ne­re di­vi­se. 

Ci chie­dia­mo se que­ste entità co­mu­ni­ca­no o non co­mu­ni­ca­no (quan­te volte si sente dire che mente e corpo si in­fluen­za­no, si par­la­no!). Oggi sono in molti a ri­spon­de­re: certo che co­mu­ni­ca­no, at­tra­ver­so gli or­mo­ni!   

Lo ha di­mo­stra­to il pre­mio Nobel in Me­di­ci­na, Kan­del: l’am­bien­te, le re­la­zio­ni, le pa­ro­le in­fluen­za­no in senso tro­fi­co le con­giun­zio­ni (si­nap­si) tra cel­lu­le ner­vo­se.  

Kan­del, neu­ro­scien­zia­to Nobel della me­di­ci­na nel 2000, in ef­fet­ti ha me­ra­vi­glio­sa­men­te di­mo­stra­to che le espe­rien­ze di­ven­ta­no (anche) strut­tu­re bio­lo­gi­che. E così avreb­be col­ma­to il gap mente (am­bien­te) corpo. L’at­ti­va­zio­ne con­ti­nua di cel­lu­le a li­vel­lo di certe giun­zio­ni neu­ro­na­li in­fat­ti in­ne­sca mec­ca­ni­smi ge­ne­ti­ci cel­lu­la­ri che pro­muo­vo­no la cre­sci­ta di ul­te­rio­ri si­nap­si in cor­ri­spon­den­za delle stes­se giun­zio­ni. Vale a dire che le cel­lu­le ner­vo­se cre­sco­no e si con­net­to­no tra loro gra­zie a si­nap­si co­stan­te­men­te at­ti­va­te da input am­bien­ta­li. E il grado e la pia­ce­vo­lez­za del­l’at­ti­vità hanno ef­fet­to tro­fi­co di per se stes­si.  

Ė in tal modo che la pa­ro­la può pro­muo­ve­re un’e­spres­sio­ne pro­tei­ca dei geni, i quali, in­fluen­zan­do i ca­na­li io­ni­ci pre­si­nap­ti­ci, mo­di­fi­ca­no la fun­zio­na­lità delle aree ner­vo­se in­te­res­sa­te, il nu­me­ro e la po­ten­za delle si­nap­si. La pa­ro­la, at­tra­ver­so le emo­zio­ni che evoca, mo­di­fi­ca gra­zie alla pla­sti­cità si­nap­ti­ca la strut­tu­ra e le fun­zio­ni delle aree ner­vo­se in­te­res­sa­te. E, quan­do un’a­rea cor­po­rea si mo­di­fi­ca, l’in­te­ro corpo si mo­di­fi­ca.  

Dun­que, se ri­ma­nia­mo a li­vel­lo bio­lo­gi­co, pos­sia­mo dire che la pa­ro­la e gli af­fet­ti vei­co­la­ti in­fluen­za­no il corpo, pro­prio come fanno, più ve­lo­ce­men­te, ma meno du­re­vol­men­te, certi far­ma­ci.  

Tutto vero, finché re­stia­mo nel campo del­l’ir­ri­sol­vi­bi­le dua­li­smo/mo­ni­smo, nel cau­sa­li­smo, in­som­ma in una certa lo­gi­ca. Ma, quan­do en­tria­mo in una lo­gi­ca di­ver­sa, na­sco­no al­cu­ne os­ser­va­zio­ni. 

Per­so­nal­men­te sono lon­ta­na da chi ra­gio­na in que­sto modo, ov­ve­ro af­fer­man­do che il salto mente corpo è ormai ri­sol­to pro­prio da certe bran­che della me­di­ci­na, come la psi­co­neu­roimm­mu­noen­do­cri­no­lo­gia, la scien­za che avreb­be ap­pun­to col­ma­to il gap con la di­mo­stra­zio­ne che la psi­che, l’am­bien­te, e i si­ste­mi bio­lo­gi­ci/il corpo, si in­fluen­za­no nei due sensi, così come mi sento ben lon­ta­na da quel ri­du­zio­ni­smo ra­di­ca­le o eli­mi­na­ti­vo con cui la me­di­ci­na so­stie­ne che la mente è il cer­vel­lo, men­tre la psi­coa­na­li­si so­stie­ne che agli stu­dio­si della mente non in­te­res­sa il cer­vel­lo.  

Perché?  

Per ri­spon­de­re, provo a usci­re dal pe­ri­me­tro con­cet­tua­le del dua­li­smo/mo­ni­smo.  

E dal­l’i­dea che mente e corpo siano due cose real­men­te esi­sten­ti nel mondo. 

Par­tia­mo dalla ‘pa­ro­la’, in­te­sa come qual­co­sa di ‘astrat­to’ che in­fluen­za il ‘con­cre­to’, le giun­zio­ni delle cel­lu­le ner­vo­se. 

Perché mai la pa­ro­la do­vreb­be es­se­re qual­co­sa di astrat­to?  

Pen­sa­re che la pa­ro­la non sia un atto del corpo è un pen­sie­ro sba­glia­to, un’a­stra­zio­ne che pre­scin­de del tutto dal suo even­to, e cede alla su­per­sti­zio­ne del si­gni­fi­ca­to, di­men­ti­can­do in­ve­ce che la pa­ro­la nasce, si in­scri­ve e pro­ce­de dal corpo al corpo, dai corpi ai corpi.  

Per dirlo con Di­dier An­zieu (e con i poeti, per esem­pio il Rim­baud di Voyel­les), la pa­ro­la ha qua­lità ma­te­ri­che e sen­si­bi­li. La pa­ro­la in quan­to suono è il primo in­vo­lu­cro della mente, fin da certe fasi della ge­sta­zio­ne del feto. E, come di­ver­se ri­cer­che ormai con­fer­ma­no, se­con­do una let­tu­ra sin­go­la­re, sog­get­ti­va (non ri­ma­nen­do quin­di a li­vel­lo bio­lo­gi­co), gli esiti delle tal­king cure hanno ef­fet­ti più ric­chi e du­ra­tu­ri dei soli far­ma­ci psi­co­tro­pi. Ad­di­rit­tu­ra, a volte, hanno ef­fet­ti più im­me­dia­ti e stu­pe­fa­cen­ti: quan­ti di noi hanno fatto espe­rien­za, come ana­li­sti e come pa­zien­ti, di in­con­tri te­ra­peu­ti­ci quasi ma­gi­ci, al­lorché, ar­ri­va­ti in se­du­ta con an­go­scia e cram­pi allo sto­ma­co, ne siamo usci­ti senza più do­lo­ri né ansia.  

Que­sto suc­ce­de poiché le pa­ro­le mo­di­fi­ca­no ciò che chia­mia­mo fi­sio­lo­gia cor­po­rea e lo fanno non perché sono ma­gi­che, ma per due fon­da­men­ta­li ra­gio­ni. Perché sono, come ab­bia­mo detto, even­ti car­na­li tanto quan­to un’a­zio­ne del brac­cio o un’im­pres­sio­ne sen­so­ria­le (sia acu­sti­ca, sia mo­to­ria, sia fo­na­to­ria, sia in­ter­na, -​quando pro­fe­ria­mo pa­ro­la, emet­tia­mo un suono -, sia ester­na -​quando ascol­tia­mo, fosse anche la no­stra stes­sa pa­ro­la, come sog­get­ti al no­stro dire-). Dun­que, non si vede perché le pa­ro­le non do­vreb­be­ro avere una ope­ra­ti­vità che siamo abi­tua­ti a de­fi­ni­re con­cre­ta, so­ma­ti­ca.  

La se­con­da fon­da­men­ta­le ra­gio­ne è che non si vede perché le pa­ro­le non do­vreb­be­ro es­se­re te­ra­peu­ti­che, ossia non avere a che fare con la verità della no­stra sof­fe­ren­za.  

Tutto que­sto ci dice che que­sta verità, lungi dallo stare nel mondo idea­le dello spi­ri­to, è già di­spo­sta, al­lo­ca­ta, ha la forma e la na­tu­ra della no­stra pre­sen­za car­na­le al mondo, ben prima e ben più pro­fon­da­men­te di qua­lun­que scioc­chez­za che pos­sia­mo rac­con­ta­re a noi stes­si.

Se­guen­do il ra­gio­na­men­to del fi­lo­so­fo Carlo Sini e di un suo al­lie­vo, il fi­lo­so­fo e psi­coa­na­li­sta An­drea Boc­chio­la, ci ren­dia­mo conto che noi non cer­chia­mo mai di ca­pi­re nel­l’u­ni­co modo sen­sa­to (stu­dian­do cioè la sua ge­ne­si) il fatto che nel mondo vi siano corpi e menti e che essi ab­bia­no una certa forma e non un’al­tra. Non in­da­ghia­mo mai se, die­tro le pa­ro­le ‘cor­po’ e ‘men­te’, vi siano real­men­te ‘cose’ do­ta­te di una esi­sten­za in­di­pen­den­te dal­l’o­riz­zon­te di senso che le de­si­gna. Vi­ce­ver­sa, senza ri­flet­te­re, ade­ria­mo alle neu­ro­scien­ze, o alle psi­co­lo­gie, e/o alla psi­coa­na­li­si, che lo danno per scon­ta­to. Pen­sia­mo a come la ri­par­ti­zio­ne stes­sa di que­ste di­sci­pli­ne re­sti­tui­sca una pre­ci­sa par­ti­zio­ne an­tro­po­lo­gi­ca nella quale i corpi sono as­se­gna­ti alle neu­ro­scien­ze, (alla me­di­ci­na), le menti alle psi­co­lo­gie e lo psi­co­so­ma alla psi­coa­na­li­si. 

 

Lon­ta­no dal­l’i­dea di poter sco­pri­re una ‘realtà in sé’, esi­sten­te per dav­ve­ro nel mondo, per an­da­re in­ve­ce a com­pren­de­re la ge­nea­lo­gia dei no­stri modi di tra­dur­re l’e­spe­rien­za nelle pa­ro­le del senso co­mu­ne e nelle teo­rie scien­ti­fi­che, penso che la realtà sia qual­co­sa che sca­tu­ri­sce uni­ca­men­te dal­l’in­con­tro con noi, con i no­stri stru­men­ti, i no­stri mo­del­li teo­ri­ci, la lin­gua spe­ci­fi­ca che stia­mo usan­do. Cioè, con le no­stre pra­ti­che, che sono modi di tra­dur­re l’e­spe­rien­za. Fuori da quel­l'in­con­tro, non c'è nulla.  

 

Sorge al­lo­ra una prima do­man­da (fon­da­men­ta­le): com’è che in Oc­ci­den­te nasce que­sto no­stro pen­sie­ro dal po­te­re di­vi­den­te e perché que­sto pen­sie­ro pone come suo li­mi­te la mente e il corpo da riu­ni­re (se siamo mo­ni­sti) in un og­get­to unico (im­pen­sa­bi­le) che si crede esi­ste­re per dav­ve­ro, una sorta di unità in­di­vi­si­bi­le?  

E una se­con­da do­man­da: siamo si­cu­ri di poter ri­sol­ve­re il pro­ble­ma mente corpo ri­ma­nen­do al­l’in­ter­no della lo­gi­ca del pen­sie­ro di­vi­den­te e della realtà con­ce­pi­ta ap­pun­to come unità in­di­vi­si­bi­le on­to­lo­gi­ca­men­te esi­sten­te? 

 

A que­sto punto al­cu­ni scal­pi­te­ran­no: que­sta è fi­lo­so­fia! 

Si, è fi­lo­so­fia. Cioè, pen­sie­ro. 

Quan­do pen­sia­mo, ci ac­cor­gia­mo che la mente e il corpo smet­to­no di es­se­re ‘entità’ to­tal­men­te di­stin­te, che vanno man­te­nu­te di­stin­te, op­pu­re (ten­den­za più in voga oggi), che de­vo­no es­se­re riu­ni­te in un ipo­te­ti­co, as­sur­do, im­pen­sa­bi­le, in­di­vi­si­bi­le, og­get­to unico. Mente e corpo di­ven­ta­no ‘cose’ stret­ta­men­te con­te­nu­te nelle pa­ro­le che usia­mo e coe­si­sten­ti a tal punto da sem­bra­re, en­tram­bi, su­per­fi­ci che si ar­ro­to­la­no e si sro­to­la­no sci­vo­lan­do l’una nel­l’al­tra senza so­lu­zio­ne di con­ti­nuità. Men­tre le guar­dia­mo scom­pa­ri­re da un lato, le ve­dia­mo riap­pa­ri­re dal­l’al­tro. Quan­do le os­ser­via­mo così, è quasi im­pos­si­bi­le di­stin­guer­le: ces­sa­no di es­se­re cose on­to­lo­gi­ca­men­te esi­sten­ti, che, se­con­do le mode, ven­go­no de­fi­ni­te come due facce di una stes­sa me­da­glia, o altro, per di­ven­ta­re mo­vi­men­ti, tra­iet­to­rie, che fi­ni­sco­no l’una nel­l’al­tra, con­ti­nua­men­te. Non pos­sia­mo pen­sa­re più che mente e corpo siano di­vi­si e va­da­no riu­ni­ti cer­can­do le cor­re­la­zio­ni tra l’uno e l’al­tro, né pos­sia­mo pen­sa­re che, se ci met­tia­mo a ra­gio­na­re in ter­mi­ni di si­ste­mi (men­ta­li e cor­po­rei), il pro­ble­ma viene ri­sol­to. Quan­do smet­tia­mo di cer­ca­re cor­re­la­zio­ni tra due enti e ca­pia­mo che la mente ri­man­da con­ti­nua­men­te al corpo e vi­ce­ver­sa e i due ‘esi­sto­no’ per dif­fe­ren­za l’uno del­l’al­tra, ca­pia­mo anche di cosa si trat­ta: sono pro­prio le tra­du­zio­ni (lin­gui­sti­che) del­l’e­spe­rien­za che stia­mo vi­ven­do a crea­re i due. I due sono solo pra­ti­che di scrit­tu­ra; modi di scri­ve­re un’e­spe­rien­za che ri­guar­da il vi­ven­te, l’uo­mo; modi di con­tat­ta­re que­sto dato, l’uo­mo, da parte del­l’uo­mo, e modi di pro­va­re a svol­ger­lo, a spie­gar­lo, at­tra­ver­so un di­spo­si­ti­vo al­fa­be­ti­co e spe­ci­fi­ci tipi di stru­men­ta­zio­ne. 

Una certa cul­tu­ra e un certo lin­guag­gio por­ta­no a cre­de­re che sia reale solo ciò che in qual­che modo cade sotto i cin­que sensi e in­du­co­no ad al­lu­ci­na­re una sorta di scis­sio­ne pro­fon­da tra il co­sid­det­to mondo ma­te­ria­le e il mondo astrat­to. Pen­sia­mo alle ma­lat­tie. Sono fi­si­che se si pos­so­no ve­de­re in qual­che modo e mi­su­ra­re, psi­chi­che se sono in­vi­si­bi­li. Ma anche que­sta è una bolla di sa­po­ne, una trap­po­la. La pre­sen­za o l’as­sen­za di ‘ma­te­ria’ di­pen­de dal ‘li­vel­lo’ al quale una ‘strut­tu­ra’, un ‘si­ste­ma’ ven­go­no os­ser­va­ti e dagli stru­men­ti con cui li si os­ser­va­no. Si trat­ta cioè sem­pre di una let­tu­ra. Oggi, per esem­pio, pos­sia­mo dire che una certa parte dello spet­tro au­ti­sti­co è le­ga­ta a qual­co­sa di fi­si­co, di neu­ro­tra­smet­ti­to­ria­le, perché ci siamo do­ta­ti di ca­pa­cità molto so­fi­sti­ca­te di let­tu­ra del co­sid­det­to mondo dei neu­ro­tra­smet­ti­to­ri, che prima non ave­va­mo. 

Non è mai una que­stio­ne tutto-​o-niente, fi­si­co o psi­chi­co, con­cre­to o astrat­to! 

È sem­pli­ce­men­te una que­stio­ne che pos­sia­mo de­fi­ni­re, in un ri­man­do con­ti­nuo, psi­chi­ca e fi­si­ca, e vi­ce­ver­sa, fi­si­ca e psi­chi­ca; micro e macro, e vi­ce­ver­sa, macro e micro. Di­pen­de solo dal ver­ti­ce di os­ser­va­zio­ne, o, me­glio, dal mo­men­to di scor­ri­men­to del na­stro di Möbius in cui ci si­tuia­mo. Lo ve­dia­mo bene nel libro (e nella col­la­na di libri) Il Corpo e il Senso (Dopo la Psi­co­so­ma­ti­ca).  

Ha ra­gio­ne il ma­te­ma­ti­co Hof­stad­ter quan­do scri­ve che noi trac­cia­mo con­fi­ni con­cet­tua­li at­tor­no alle entità che per­ce­pia­mo con mag­gior fa­ci­lità, e nel far que­sto ci ri­ta­glia­mo su mi­su­ra quel­la che ci sem­bra es­se­re la realtà. Siamo pic­co­li mi­ra­co­li di au­to­re­fe­ren­za, cre­dia­mo in cose che si di­sin­te­gra­no ap­pe­na ci met­tia­mo a cer­car­le, ma, quan­do non le cer­chia­mo, sono as­so­lu­ta­men­te reali

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Sic­co­me siamo abi­tua­ti a pen­sa­re se­con­do vec­chi e meno vec­chi, ma pur sem­pre tra­di­zio­na­li, re­gi­stri, per esem­pio, se­con­do un dua­li­smo co­no­sci­ti­vo che in­se­gue un mo­ni­smo on­to­lo­gi­co, con­ti­nuia­mo a cre­de­re in cose come la mente e il corpo, esi­sten­ti in as­so­lu­to, di­vi­si, che vanno ri­con­giun­ti.  

Il no­stro pen­sie­ro non rie­sce fa­cil­men­te a cam­bia­re, non ri­flet­te ab­ba­stan­za a fondo sul fatto che mente e corpo, in­ter­no e ester­no, non sono due ‘cose’ in sé reali, già co­sti­tui­te, che dopo la pre­sun­ta se­pa­ra­zio­ne, vanno riu­ni­te e d’al­tra parte, co­mun­que si ovvi alla di­vi­sio­ne, alla loro realtà in­di­vi­si­bi­le  non si ar­ri­va mai. 

In let­te­ra­tu­ra, tro­via­mo spes­so una con­fu­sio­ne: da una parte si di­stin­gue, ba­san­do la psi­che sul corpo e vi­ce­ver­sa, se­con­do un per­cor­so li­nea­re, poi, si cerca di ov­via­re alla di­stin­zio­ne con­ce­pen­do psi­che e corpo al­l’in­ter­no della co­sid­det­ta com­ples­sità (In­te­sa come ridda di di­re­zio­ni cao­ti­che e di cau­sa­lità mul­ti­ple anche re­troat­ti­ve) in­fi­ne si cerca di riu­nir­li in una cosa unica, esi­sten­te in realtà. Con que­sti pre­sup­po­sti, sem­bra che il no­stro pen­sie­ro con­ti­nui a sbat­te­re tra mai fi­ni­ti dua­li­smi, che ri­man­da­no a mai fi­ni­ti mo­ni­smi, e vi­ce­ver­sa, come in una sala di pa­re­ti a spec­chio. 

 

Freud stes­so ha posto il pro­ble­ma in modo che oso de­fi­ni­re un po’ in­ge­nuo, apro­ble­ma­ti­co. Se ci pen­sia­mo bene, non c’è nes­sun in­ter­no, in­fat­ti, prima che l’or­ga­ni­smo si sia co­sti­tui­to come so­glia sen­zien­te (la fa­mo­sa so­glia PC -​percezione/coscienza-​). ‘Mondo fi­si­co ester­no’ e ‘ap­pa­ra­to psi­chi­co’ (in­ter­no) sono no­zio­ni, pro­dot­ti, o for­ma­zio­ni, psi­chi­ci, nel senso di og­get­ti che non esi­sto­no per dav­ve­ro, o me­glio esi­sto­no solo con­nes­si al lin­guag­gio e al con­cet­to.  

Quin­di bi­so­gne­reb­be porre il pro­ble­ma in altro modo: da dove si parte per spie­ga­re l’ap­pa­ra­to psi­chi­co (l’in­ter­no)? 

Si po­treb­be su­bi­to obiet­ta­re, dice Carlo Sini, che sono solo i matti che con­fon­do­no le cose con le pa­ro­le.  

Si po­treb­be obiet­ta­re che tutti sanno che il lin­guag­gio al­lu­de alla realtà!  

Detta così, que­sta obie­zio­ne non è vera e nasce dalla so­li­ta, con­ti­nua con­fu­sio­ne: noi con­fon­dia­mo tra sa­pe­re che, par­lan­do, al­lu­dia­mo alla realtà (esi­sten­te per dav­ve­ro fuori di noi), e sa­pe­re che cosa sia ciò che la pa­ro­la no­mi­na come ‘realtà’, ov­ve­ro come ciò che è altro dalla pa­ro­la, com­pre­sa la pa­ro­la ‘realtà’.

Quan­do ini­zia­mo a ri­flet­te­re sul fatto che il lin­guag­gio psi­coa­na­li­ti­co è solo una tra­du­zio­ne e un’in­ter­pre­ta­zio­ne e quin­di non è che esi­sta­no per dav­ve­ro cose in sé come la li­bi­do, il sogno, le auto rap­pre­sen­ta­zio­ni oni­ri­che, al­lo­ra con­ti­nua­re a cre­de­re che il lin­guag­gio al­lu­da alla realtà, co­min­cia ad ap­pa­ri­re for­te­men­te pre lo­gi­co, o co­mun­que molto in­ge­nuo.  

D’al­tra parte anche le scien­ze esat­te (come erano de­fi­ni­te un tempo) sono lin­guag­gi im­ma­gi­ni­fi­ci. Pren­dia­mo la me­di­ci­na: parla di even­ti (dice l’e­spe­rien­za eve­nien­te) den­tro la sua pra­ti­ca di pa­ro­la, cioè mi­su­ra, co­strui­sce, tra­du­ce nei suoi segni, per esem­pio i segni del­l’e­let­troen­ce­fa­lo­gram­ma, l’e­let­tro­car­dio­gram­ma, le RX, le TAC, le Ri­so­nan­ze Ma­gne­ti­che. 

Perché nella let­tu­ra della ‘realtà’, me­di­ci­na e psi­coa­na­li­si pos­so­no ac­com­pa­gnar­si (Perché è utile es­se­re bi­lin­gui):

Pen­sia­mo ai cam­bia­men­ti fi­si­ci del sonno pa­ra­dos­sa­le o sonno REM. Per esem­pio, alla forte ca­du­ta di tono mu­sco­la­re per cui, quan­do stia­mo so­gnan­do, non pos­sia­mo fug­gi­re, perché di­ven­tia­mo mo­to­ria­men­te im­po­ten­ti. Non siamo in grado di al­zar­ci dal letto e an­dar­ce­ne, a meno di non es­se­re son­nam­bu­li.  

Pro­via­mo ades­so a met­te­re in­sie­me il dato del­l’i­po­to­nia mu­sco­la­re im­prov­vi­sa (la ca­du­ta di tono) e quei pic­co­li, ri­cor­ren­ti sogni d’an­go­scia che tutti fac­cia­mo e in cui ci sen­tia­mo ca­de­re giù (come se sci­vo­las­si­mo stra­na­men­te giù) da un gra­di­no im­prov­vi­so. E ci sem­bra di farlo pro­prio, quel salto, o ad­di­rit­tu­ra ci ve­dia­mo e sen­tia­mo ca­de­re nel vuoto di un pre­ci­pi­zio.  

A que­sto punto non pos­sia­mo più se­pa­ra­re il fatto letto dalla me­di­ci­na e tra­di­zio­nal­men­te de­fi­ni­to fi­si­co - la ca­du­ta di tono mu­sco­la­re, con le sue ri­per­cus­sio­ni a li­vel­lo sen­so­ria­le, che ven­go­no tra­dot­te in proto immagini-​, cioè il dato uni­ver­sa­le, dal dato sin­go­la­re, cioè il con­te­nu­to spe­ci­fi­co di quel­le an­go­sce oni­ri­che, lette per esem­pio dalla psi­coa­na­li­si.  

Mi sem­bra che in­ter­pre­ta­re trans­fe­ral­men­te du­ran­te un trat­ta­men­to psi­coa­na­li­ti­co il vis­su­to di caduta-​perdita pre­sen­te nel con­te­nu­to oni­ri­co del sogno d’an­go­scia, senza tener conto dei dati ‘bio­lo­gi­ci’ (l’u­ni­ver­sa­le ca­du­ta di tono mu­sco­la­re), sia un’a­zio­ne per così dire monca e non cor­ret­ta. 

Im­ma­gi­nia­mo al­lo­ra di met­te­re in­sie­me i due dati.  

Come?  

Im­ma­gi­nia­mo che le im­pres­sio­ni sen­so­ria­li con­nes­se alla ca­du­ta del tono mu­sco­la­re scor­ra­no in un con­ti­nuum - perciò non si pos­so­no stac­ca­re - as­sie­me alle im­ma­gi­ni oni­ri­che di caduta-​salto, con i loro vis­su­ti emotivo-​affettivi, di­ver­si in ogni sogno e in ogni so­gna­to­re.  

Op­pu­re, im­ma­gi­nia­mo le im­ma­gi­ni ‘men­ta­li’ e i loro vis­su­ti af­fet­ti­vi come un ‘in­ter­nar­si’ dei dati ‘cor­po­rei’ (le im­pres­sio­ni sen­so­ria­li), e i dati cor­po­rei come un ‘ester­nar­si’ dei ‘men­ta­li’. Pro­via­mo ades­so a se­guir­li così, que­sti dati, a pen­sar­li pro­prio nella loro re­ci­pro­cità e spe­cu­la­rità con­ti­nue, come su un na­stro di Möbius: le sen­sa­zio­ni le­ga­te alla ca­du­ta del tono mu­sco­la­re, in­ter­nan­do­si, si tra­sfor­ma­no negli af­fet­ti e nelle im­ma­gi­ni di ca­du­ta/per­di­ta, i quali, ester­nan­do­si, si tra­sfor­ma­no nuo­va­men­te nelle sen­sa­zio­ni 'fi­si­che'.  

Come su un na­stro che scor­ren­do si ar­ro­to­la per poi sro­to­lar­si e riar­ro­to­lar­si, con­ti­nua­men­te. 

Che senso può avere con­ti­nua­re a so­ste­ne­re che una pa­to­lo­gia si nutre di cause solo ge­ne­ti­che (in­ter­ne), op­pu­re solo am­bien­ta­li (ester­ne)?  

Inol­tre: esi­sto­no dav­ve­ro ‘le cau­se’ così come le ab­bia­mo sem­pre in­te­se? 

Porto l’e­sem­pio di una pa­to­lo­gia molto dif­fu­sa come la de­pres­sio­ne, una ma­lat­tia nella tra­di­zio­ne psi­coa­na­li­ti­ca as­so­lu­ta­men­te ‘men­ta­le’, sulla quale gli stu­dio­si di varie di­sci­pli­ne si in­ter­ro­ga­no da sem­pre. Un libro, “La ma­lat­tia in­gle­se” (Si­mo­naz­zi 2004, Roma: Il Mu­li­no) rac­con­ta come un pro­ble­ma al­lo­ra ap­pa­ren­te­men­te solo me­di­co -la melanconia-​ sia stato uno dei di­stur­bi più dif­fu­si nelle isole bri­tan­ni­che tra Cin­que e Set­te­cen­to e abbia sol­le­va­to un di­bat­ti­to tale da coin­vol­ge­re non solo me­di­ci, ma anche teo­lo­gi, let­te­ra­ti, fi­lo­so­fi e mo­ra­li­sti. Esso di­scu­te inol­tre lo sta­tu­to scien­ti­fi­co della me­di­ci­na e i suoi rap­por­ti con la re­li­gio­ne e la magia, la re­la­zio­ne tra anima e corpo, la fun­zio­ne delle pas­sio­ni, la pos­si­bi­lità di con­trol­lar­le con la ra­gio­ne, il rap­por­to tra pro­ces­so di ci­vi­liz­za­zio­ne e ma­lat­tie.  

Pro­via­mo ades­so a im­ma­gi­na­re cosa av­vie­ne nel corpo letto dalla me­di­ci­na, quan­do si è de­pres­si. 

Av­vie­ne un’al­te­ra­zio­ne co­stan­te di certi neuro-​peptidi, in­sie­me ai co­sid­det­ti do­lo­ri so­ma­to­for­mi, che sono do­lo­ri or­ga­ni­ci chia­ma­ti ‘fun­zio­na­li’.  

Siamo così ri­man­da­ti a un es­se­re in­sie­me dello stato del­l’u­mo­re de­pres­so e dei do­lo­ri fun­zio­na­li con l’al­te­ra­to me­ta­bo­li­smo di quei neu­ro­pep­ti­di.  

La gran­de do­man­da: a cosa serve sa­per­lo?  

Serve agli psi­coa­na­li­sti ad an­da­re verso un ‘fuori sen­so’, perché il di­scor­so ‘al­te­ra­zio­ne neu­ro­pep­ti­di­ca', in un primo mo­men­to non dice nien­te, è spae­san­te, non fa parte del 

Jar­gon”, per cui per pro­va­re a espan­de­re il sen­ti­re ‘con’, per pro­va­re a espan­de­re il ca­pi­re ‘con’, eser­ci­tar­si a que­sto nuovo di­scor­so, a que­sto rad­dop­pio lin­gui­sti­co  aiuta a spin­ger­si a iden­ti­fi­ca­zio­ni 'al li­mi­te' con quel corpo ma­la­to. Riu­ni­re due lin­gue serve a im­ma­gi­na­re che i do­lo­ri ‘or­ga­ni­ci’ di cui il ma­la­to con­ti­nua a la­men­tar­si cor­ro­no tal­men­te in­trec­cia­ti, in una re­ver­si­bi­lità con­ti­nua, con un’al­te­ra­zio­ne di mo­le­co­le neu­ro­pep­ti­di­che e di cir­cui­ti elet­tri­ci, che fi­ni­sce per di­ven­ta­re spon­ta­neo spor­ger­si di con­ti­nuo e si­mul­ta­nea­men­te, al­me­no nel pro­prio muto av­ver­ti­re,  sulla car­na­lità del senso e sulla si­gni­fi­ca­ti­vità del corpo. 

Dove vi è un fe­no­me­no da in­ter­pre­ta­re in base ai trans­fert e alla sto­ria del pa­zien­te, vi è anche, in­sie­me, in­scin­di­bil­men­te, una me­ta­mor­fo­si del corpo, che è quel­la stes­sa sto­ria.  

Aver pre­sen­te tutto que­sto si­gni­fi­ca es­se­re ana­li­sti bi­lin­gui.  

Na­tu­ral­men­te  ser­vi­reb­be molto anche ai me­di­ci  la­vo­ra­re (per lo meno) fian­co a fian­co con gli psi­co­lo­gi!   

Con que­sta at­ti­tu­di­ne men­ta­le chi si oc­cu­pa di psi­che, si svi­lup­pa cu­rio­sità verso il fatto che de­pres­sio­ne vuol dire al con­tem­po un’at­ti­vità del si­ste­ma sim­pa­ti­co au­men­ta­ta ri­spet­to alla cal­man­te, del pa­ra­sim­pa­ti­co e, quin­di, una ri­du­zio­ne del tempo tra un bat­ti­to car­dia­co e l’al­tro, una ri­du­zio­ne della va­ria­bi­lità della fre­quen­za car­dia­ca, con la con­se­guen­za che il cuore può am­ma­lar­si. Inol­tre, vuol dire ri­la­scio di so­stan­ze in­fiam­ma­to­rie, le ci­to­chi­ne e la pro­tei­na C reat­ti­va, il prin­ci­pa­le in­di­ce ema­ti­co in­fiam­ma­to­rio; vuol dire au­men­to della coa­gu­la­zio­ne del san­gue, con il ri­schio di trom­bo­si; vuol dire al­te­ra­zio­ne del cir­cui­to della se­ro­to­ni­na, mo­le­co­la po­lie­dri­ca cru­cia­le per molte fun­zio­ni del corpo, con con­se­guen­te le­sio­ne delle pa­re­ti dei vasi san­gui­gni, so­prat­tut­to le co­ro­na­rie.  

È tutto un tea­tro della cor­po­reità, una me­ta­fo­ri­ca della cosa este­sa che per­met­te anche di so­gna­re il pa­zien­te in altro modo.

Chia­ma­re l’In­con­scio -​l’Esistente- non vuol dire re­cu­pe­ra­re il suo sta­tu­to d’es­se­re, così in­con­si­sten­te, così eva­ne­scen­te sul piano on­ti­co, ma vuol dire re­cu­pe­rar­lo sul piano etico.  

Freud di lui dice: Co­mun­que sia, bi­so­gna an­dar­ci.  

In ef­fet­ti, da qual­che parte, o, me­glio, in uno spa­zio altro, né psi­chi­co, né or­ga­ni­co, l’in­con­scio riap­pa­re sem­pre, non lo si può elu­de­re. Non è un or­di­ne, non ha nulla del­l’or­di­ne sim­bo­li­co, pos­sia­mo de­fi­nir­lo il luogo del con­ti­nuo mu­ta­men­to, l’in­fi­ni­to, in­te­so come li­mi­te, della cui sto­ria in psi­coa­na­li­si provo a dire qui di se­gui­to. 

È Bion il grande psicoanalista che a un certo punto della vita cerca di operare il cambiamento, rompendo con l’idea che l’Inconscio (i suoi derivati) sia riducibile a un sapere e introducendo il dubbio assoluto, il segno ‘O’: [...] I fatti “in sé” [absolute] della seduta. Quali siano i fatti “in sè’’ [absolute] non si potrà mai sapere quindi li individuo con il segno O.

È il cileno Matte Blanco a individuare nell’infinito, connesso all’inconscio, il cuore stesso della psicoanalisi: la dialettica freudiana tra inconscio e coscienza si trasforma in dialettica tra l’infinità dell’inconscio e i limiti finiti della coscienza umana. L’inconscio concepito così comporta il superamento di un solo ‘infinito’ e introduce l’idea di infiniti di ordine diverso. L’inconscio strutturale è un modo di essere fondamentalmente simmetrico (tutto è equiparato a tutto il resto, non vi sono contraddizioni): "è emozione e si esprime come intensità, che tende verso valori infiniti, anche quando in superficie sembra “addomesticata”.

È so­prat­tut­to Lacan, a un certo punto, nei suoi ul­ti­mi se­mi­na­ri, a cam­bia­re del tutto il pa­ra­dig­ma: l’in­con­scio non fun­zio­na più come un lin­guag­gio, ma è ciò che non fun­zio­na pro­prio, ciò che non è ri­du­ci­bi­le ad alcun sa­pe­re.  

Alla ri­bal­ta non è più il sim­bo­li­co, ma il Reale, l’im­pos­si­bi­le a cui non si può ar­ri­va­re mai: esso dà trac­ce, tut­ta­via trac­ce che “Non solo si can­cel­la­no da sole, ma che ogni uso del di­scor­so tende a can­cel­la­re, il di­scor­so ana­li­ti­co al pari degli altri”  

Lacan ap­pun­to sot­to­li­nea con forza che il suo Reale non ha nulla a che ve­de­re con il corpo bio­lo­gi­co, reale, con­cre­to, per così dire, e con ciò che della realtà serve a fon­da­re la scien­za. Ri­tor­no a un suo pen­sie­ro: “Chi sa ciò che av­vie­ne nel pro­prio corpo? È qual­co­sa di straor­di­na­ria­men­te sug­ge­sti­vo. Per al­cu­ni è per­fi­no il senso che danno al­l’in­con­scio...” 

L’In­con­scio è i pro­ces­si so­ma­ti­ci” dice Freud nel Com­pen­dio. In­ten­den­do con ‘pro­ces­si so­ma­ti­ci’ ciò che non è scrit­to né scri­vi­bi­le da al­cu­na scien­za, l’og­get­to uni­ver­sa­le e sin­go­la­re, l’ir­ra­pre­sen­ta­bi­le, il vuoto co­sti­tu­ti­vo senza il quale non vi sa­reb­be pen­sie­ro. Pen­sia­mo pro­prio perché esi­ste l’im­pen­sa­bi­le (il vero In­con­scio), ciò che non può mai es­se­re tra­dot­to in rap­pre­sen­ta­zio­ne. A una fine, a una verità (ul­ti­ma), non ar­ri­ve­re­mo mai. 

L’In­con­scio non è l’In­con­sa­pe­vo­le delle neu­ro­scien­ze!  

Sal­via­mo le spe­ci­fi­cità delle sin­go­le lin­gue, pur im­pa­ran­do a in­trec­ciar­le, come ve­dia­mo nei casi cli­ni­ci del libro.

Che senso può as­su­me­re a que­sto punto il ter­mi­ne psi­co­so­ma­ti­ca, con tutto il suo va­stis­si­mo mondo di ri­cer­che, for­mu­la­zio­ni teo­ri­che e ap­pli­ca­zio­ni cli­ni­che (che vanno co­mun­que co­no­sciu­te a fondo!), dal mo­men­to che que­sto ter­mi­ne e que­sto mondo sono nati e cre­sciu­ti al­l’in­ter­no del mind body pro­blem e del suo pe­ri­me­tro con­cet­tua­le?  

Se il pro­ble­ma non è più quel­lo di ri­sol­ve­re il gap tra mente e corpo, ha senso par­la­re an­co­ra di psi­co­so­ma­ti­ca

Si diceva che quando usciamo dal pensiero comune, che crede all’interno (psiche) e all’esterno (corpo) come ‘cose’ già costituite, e entriamo nella logica chiasmatica, capiamo che i differiti (appunto, l’esterno e l’interno) non sono affatto cose, ma emergono dal linguaggio o meglio dalla soglia del linguaggio, dalla sua fenditura. Quindi, essi si scandiscono a partire dalla loro reciprocità e alternanza, spartendosi il dentro e il fuori, l’interno e l’esterno, nel senso che l’uno è ovviamente esterno per l’altro e viceversa. Non esiste una provenienza e una destinazione; esiste un’oscillazione, una vibrazione, un varcare, che non accade tra luoghi precostituiti e porta continuamente l’esterno (l’ambiente, il corpo) a internarsi (nella mente) e viceversa. Se pensiamo così, esterno e interno smettono di essere res o substantia, per diventare movimenti immaginati con il nostro discorso. 

Ora, alla luce di que­sto pen­sie­ro, che senso pos­so­no as­su­me­re i dati delle fa­mo­se ri­cer­che scien­ti­fi­che a pro­po­si­to dei cam­bia­men­ti strut­tu­ra­li e fun­zio­na­li in­dot­ti dalle re­la­zio­ni (l’am­bien­te, l’ester­no) sul si­ste­ma ner­vo­so in par­ti­co­la­re e più in ge­ne­ra­le sul si­ste­ma   neuro-​immuno-endocrino e perciò sul corpo in­te­ro (l’in­ter­no)?  

In poche pa­ro­le, in fu­tu­ro cosa si­gni­fi­cherà af­fer­ma­re che l’ester­no in­fluen­za l’in­ter­no

Si po­treb­be obiet­ta­re: chi ri­nun­cia al­l’i­dea­le della co­no­scen­za og­get­ti­va, di cose di­stin­te (in­ter­no/ester­no; mente/corpo...), in un mondo ‘per­fet­ta­men­te og­get­ti­vo’?  

Non si trat­ta di but­ta­re a mare la ri­cer­ca scien­ti­fi­ca tal­vol­ta fatta fin qui, ma di chie­der­si: perché nella ri­cer­ca con­tem­po­ra­nea, no­no­stan­te le con­clu­sio­ni, la fi­gu­ra del ri­cer­ca­to­re è stata ri­mos­sa? Dob­bia­mo tro­va­re il modo di rein­se­ri­re lo scien­zia­to ri­cer­ca­to­re nella scien­za, il che met­te­reb­be in di­scus­sio­ne l’in­te­ra pro­spet­ti­va ma­te­ria­li­sti­ca, cioè me­ta­fi­si­ca. Bi­so­gne­reb­be porre un’en­fa­si di­ver­sa sul sog­get­to che os­ser­va. Le dif­fe­ren­ze tra la po­si­zio­ne me­ta­fi­si­ca e quel­la epi­ste­mo­lo­gi­ca (che chia­me­rei vo­len­tie­ri in que­sto caso epi­ste­mon­to­lo­gi­ca, pren­den­do a pre­sti­to la ‘nuova on­to­lo­gia’ di M.M. Ponty) sono enor­mi.  

Que­sti anni, per esem­pio, ci hanno con­se­gna­to un fiume di studi sulla na­tu­ra della co­scien­za: in nes­su­no di que­sti studi si tiene ve­ra­men­te conto di al­cu­ni fat­to­ri fon­da­men­ta­li, la vi­vi­dez­za, l’in­trin­se­ca pre­sen­za del sog­get­to che per­ce­pi­sce e fa ri­cer­ca, le sue teo­rie, i suoi stati d’a­ni­mo, le sue ine­vi­ta­bi­li pro­ie­zio­ni. 

Il primo passo do­vreb­be es­se­re quel­lo di ela­bo­ra­re pra­ti­che spe­ri­men­ta­li espor­ta­bi­li in più con­te­sti (per esem­pio, le pra­ti­che che ci ven­go­no dalla mi­cro­fi­si­ca?), con la sfida di ca­pi­re come tali pra­ti­che cam­bi­no la na­tu­ra del di­bat­ti­to sul me­to­do scien­ti­fi­co, e ap­prez­za­re il loro ruolo per un’e­ven­tua­le ri­vo­lu­zio­ne scien­ti­fi­ca. 

Di­spo­nia­mo di in­for­ma­zio­ni per forza di cose sem­pre in­com­ple­te, perché alla verità, alla fine, come ab­bia­mo visto, non pos­sia­mo ar­ri­va­re mai. Alla base di ogni co­no­scen­za esi­ste l’in­con­scio, in­te­so come og­get­to in­fi­ni­to, li­mi­te, vuoto co­sti­tu­ti­vo, senza il quale non po­trem­mo pen­sa­re, e quin­di non po­trem­mo fare ri­cer­ca. 

Di­spo­nia­mo di stru­men­ti sem­pre nuovi, che ci per­met­to­no di per­ce­pi­re im­ma­gi­ni nuove e di co­strui­re via via mo­del­li teo­ri­ci nuovi. Siamo tutto il tempo alle prese con la com­pren­sio­ne delle ‘cose’. Basta pen­sa­re a quan­ti sta­tu­ti del­l'In­con­scio sono stati co­strui­ti nel tempo. 

Si è cer­ca­to di mo­stra­re come, per in­ter­pre­ta­re le ‘cose’, dob­bia­mo ogni volta ri­par­ti­re dal­l’i­ni­zio, ri­per­cor­re­re tutta la sto­ria, in uno sfor­zo che prima di tutto è ge­nea­lo­gi­co. 

Inol­tre, dob­bia­mo met­ter­ci a pen­sa­re nei ter­mi­ni non abi­tua­li di ‘cose’ im­pos­si­bi­li da ve­de­re, che si chia­ma­no in­ter­con­nes­sio­ni, flus­si, di­na­mi­che, tra­sfor­ma­zio­ni, mo­vi­men­to. 

Quan­do fac­cia­mo que­sto sfor­zo, la com­pren­sio­ne delle si­tua­zio­ni cam­bia.  

Cam­bia per esem­pio la com­pren­sio­ne del­l’es­se­re ‘den­tro’ (al­l'in­ter­no) e del­l’es­se­re fuori (al­l’e­ster­no).  

È dif­fi­ci­le spie­ga­re a pa­ro­le che l’in­ter­no e l’ester­no sono solo si­tua­zio­ni in con­ti­nuo mo­vi­men­to crea­te dal pen­sie­ro e dalla lin­gua. Ma quan­do pro­via­mo a do­cu­men­tar­lo con le im­ma­gi­ni, im­ma­gi­nan­do ap­pun­to di porci su un con­fi­ne mo­bi­le, come il na­stro di Möebius, che si ar­ro­to­la, si sro­to­la e si ar­ro­to­la di nuovo, in un mo­vi­men­to senza posa, al­lo­ra il ‘fuo­ri’ e il ‘den­tro’, il corpo e la mente, di­ven­ta­no esclu­si­va­men­te modi di no­mi­na­re la po­si­zio­ne sem­pre in bi­li­co in cui ci tro­via­mo nei dif­fe­ren­ti mo­men­ti. 

Non pos­sia­mo con­fic­ca­re nes­sun pa­let­to nel ter­re­no per dire: que­sto sta den­tro, è men­ta­le, e que­st’al­tro sta fuori, è cor­po­reo, e que­st’al­tro an­co­ra è l’am­bien­te.  

Per poi con­vin­cer­ci di aver fi­nal­men­te co­strui­to un ponte tra i due (o i tre).  

In­tra­ve­dia­mo l’u­sci­ta da que­sta im­pas­se quan­do in­co­min­cia­mo a sen­ti­re e a pen­sa­re nei ter­mi­ni di una nuova ar­chi­tet­tu­ra del­l’es­se­re, sog­get­ta a me­ta­mor­fo­si e re­ver­si­bi­lità con­ti­nue.  

Non è con­sen­ti­to di or­ga­niz­zar­si e con­so­li­dar­si mai.  

Per tor­na­re a Freud, da cui siamo par­ti­ti, dob­bia­mo te­ne­re in mente, sem­pre, che non esi­ste alcun in­ter­no, prima che l’or­ga­ni­smo si sia co­sti­tui­to come so­glia sen­zien­te (la fa­mo­sa so­glia PC -​percezione/coscienza-​). ‘Mondo fi­si­co ester­no’ e ‘ap­pa­ra­to psi­chi­co’ (in­ter­no) sono quin­di no­zio­ni, pro­dot­ti, o for­ma­zio­ni ‘psi­chi­ci’, nel senso di og­get­ti che non esi­sto­no per dav­ve­ro, o, me­glio, esi­sto­no solo con­nes­si al lin­guag­gio e al con­cet­to. So­glia è un con­cet­to che al­lu­de a qual­co­sa di mo­bi­le, un li­mi­te, un sup­por­to ela­sti­co, oscil­lan­te, che ac­co­glie e can­cel­la... 


[1] Il sag­gio nasce in un lungo la­vo­ro di grup­po al cen­tro mi­la­ne­se di psi­coa­na­li­si Ce­sa­re Mu­sat­ti. Si av­va­le degli ap­por­ti di Vi­via­na Ma­ri­bel Ram­pon (gra­fi­ca e scrit­to sulle ‘cau­se’), che è anche re­spon­sa­bi­le di tutto il la­vo­ro or­ga­niz­za­ti­vo per in­ter­net. L’e­di­ting è di Clau­dio Cas­sar­do; la tra­du­zio­ne in in­gle­se è di Oli­via Mar­che­se.

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